Appuntamento in Central ParkBlogRacconti

Appuntamento in Central Park, capitolo 2

Central ParkVista nottura di Manhattan dal Top of the Rock

«Sveglia! Sono le 9:20, tra poco più di mezz’ora non potremo fare più colazione!»
Apro gli occhi al suono della voce di Emma che stranamente, probabilmente per il trasferimento nel nuovo appartamento, è già sveglia.

Il grande giorno è arrivato.

Mi strofino gli occhi e metto lentamente a fuoco la stanza. Emma è già perfettamente vestita: indossa un abito estivo turchese con le spalline sottili che le ricade perfettamente dritto lungo ai fianchi, fasciandoli un po’, e un paio di sandali bassi bianchi.
«Sei già pronta?» le chiedo piano.
«Sì, dormigliona, sbrigati. Mettiti qualcosa al volo e scendiamo a fare colazione, ti sistemi dopo».
Obbedisco, vado in bagno, mi do una sistemata e infilo il pantaloncino nero della tuta e una t-shirt bianca.
Nonostante l’orario della colazione sia quasi terminato, riusciamo a stento ad accomodarci ad un tavolino in un angolo della sala gremita di gente.
Io prendo delle uova e un toast con il prosciutto cotto, un cappuccino ed un croissant per dessert.
Emma mi guarda di sottecchi «non mi abituerò mai al tuo amore per la colazione salata» dice, affogando nella sua ciotola di yogurt con frutta fresca e cereali.
Mi limito a ridere per la sua frase, pensando a quanto siamo diverse per certi versi.
Terminata la colazione, torniamo in camera e ultimiamo le nostre valigie. Lascio fuori il cambio per la giornata e vado in bagno a fare una doccia veloce.
Dopo aver controllato ogni angolo della stanza per assicurarci di non dimenticare nulla, do un ultimo sguardo al mio aspetto nello specchio situato nel breve corridoio.
I capelli cadono in morbide onde oltre le spalle, il vestitino bianco in pizzo San Gallo ha le maniche corte e scivola dritto lungo ai miei fianchi accentuando leggermente la mia vita. Infilo le mie fedeli converse bianche e mi chiudo la porta raggiungendo Emma che nel frattempo ha già chiamato l’ascensore.

Quando arriviamo dinnanzi all’edificio del nostro appartamento, le nostre bocche segnano una O per lo stupore: raro caso in cui la realtà supera di gran lunga l’immaginazione.
Ci guardiamo, cominciamo a saltellare sul posto euforiche ed entriamo subito dopo per chiedere informazioni in portineria.
Dietro un’ampia vetrata, una signora sui 70 anni circa, con dei lisci capelli biondi legati in una coda bassa da un fermaglio vintage, ci osserva mentre cerchiamo goffamente di trasportare i nostri due bagagli (a testa) con lo zaino in spalla.
Sono bastati 10 metri a farci diventare un bagno di sudore.
«Avete bisogno di una mano, ragazze?» chiede dolcemente l’anziana signora uscendo dalla portineria per venirci incontro.
«Oh sì, grazie, stiamo cercando la Signorina Johnson.» Esclamo io con un enorme sorriso. La signora si illumina di rimando.
«Oh sì, voi dovete essere le due nuove stagiste della Eight Million Brains. Vi sta aspettando al decimo piano, appartamento numero 1019. Io sono Dorothy, la portinaia»
Emma le stringe la mano per prima «Grazie. Piacere, Dorothy, io sono Emma», mi unisco alle due donne «ed io Beatrice, piacere».
La signora ci sorride «Benvenute allora!», ricambiamo il suo dolce sorriso e ci incamminiamo verso l’ascensore.
Entriamo nell’ampio ascensore e pigio con la mano tremante per l’eccitazione il tasto del decimo piano.
«Se questo è un sogno non svegliarmi per nessuno motivo al mondo» squittisce Emma con entusiasmo.
Dopo pochissimi secondi l’ascensore emette un suono, segno che siamo arrivate a destinazione.
Non appena si apre, davanti a noi ci ritroviamo una porta socchiusa e, sulla sinistra, una targhetta con il numero 1019. Più facile di così si muore.
Suoniamo timidamente il campanello «È permesso?» chiede gentilmente Emma, aprendo piano la porta.
Sentiamo un rumore di tacchi e vediamo comparire dopo un breve istante una giovane donna sull’uscio.
«Oh finalmente ci incontriamo, ciao piacere, sono Chloé. Sono l’assistente del Signor Davis»
Deve avere al massimo trent’anni, ha una pelle davvero perfetta, occhi verdi da far paura e dei capelli castani corti fin sopra le spalle e adeguatamente messi in piega. Indossa una gonna che le cade morbida lungo i fianchi e le arriva poco sopra il ginocchio, un paio di tacchi vertiginosi e una camicetta bianca in chiffon.
Io ed Emma ci presentiamo e lasciamo le valigie all’ingresso, chiudendoci la porta alle spalle.
«Venite, vi mostro il vostro appartamento, spero tanto vi piaccia!»
La seguiamo a ruota lungo il breve corridoio che dà accesso ad un immenso open space in cui si trovano la cucina ed il soggiorno.
Di fronte a noi un’ampia vetrata si affaccia su un altro edificio in mattoni rossi.
La stanza è luminosissima grazie anche all’arredamento chiaro della cucina che la fa da padrona.
L’isola con il piano in marmo chiaro ed il divano in velluto grigio con la chaise longue sono i miei pezzi preferiti.
Chloé si dirige verso il bagno principale che è grande tanto quanto la mia camera da letto in Italia e infine ci mostra le due stanze.
Una, più grande e spaziosa ha un’immensa vetrata di fronte al letto e una piccola cabina armadio. 
L’altra, più contenuta, ha invece il bagno in camera e una finestra incassata nel muro, sotto cui è stato ricavato lo spazio per dei posti a sedere. Che sogno, penso.
«Questa è mia!» Esclamo, voltandomi verso Emma, la quale si illumina in un sorriso a trentadue denti.
«Sapevo che l’avresti preferita, come sempre ci troviamo d’accordo».
Chloé ride insieme a noi.
«Ragazze, sono felice che vi piaccia. Dovrebbe esserci tutto ma se avete bisogno di qualcosa non esitate a chiedere». Annuiamo entrambe totalmente incantate dalla nostra nuova casa.
Non vedo l’ora di registrare un video da mandare a mia mamma, penso.
Accompagniamo la gentilissima Chloé alla porta, la quale si blocca, però, all’improvviso sullo stipite.
«Ah, quasi dimenticavo. Non so se possa farvi piacere ma stasera hanno organizzato una cena aziendale per il rientro dalle vacanze in una delle sale dell’hotel qui vicino. Ho pensato di inserire i vostri nomi in lista nel caso in cui vi andasse di venire. Può essere un buon modo per rompere il ghiaccio.»
«Oh, grazie! Volentieri. Ma non sarà troppo formale?» Rispondo visibilmente preoccupata.
«No, niente di troppo formale. Non è limitato all’azienda, molti porteranno compagni, mogli, accompagnatori… Potete stare tranquille. Magari passo di qui alle 19:30 e andiamo insieme, va bene?»
Emma inizia a saltellare euforica sul posto non appena Chloé chiude la porta del nostro appartamento lasciando nell’aria un profumo di vaniglia.
«Dobbiamo prepararci!» 

Così, senza neanche pranzare dopo l’abbondante colazione fatta prima di lasciare l’hotel, ci ritiriamo nelle nostre stanze.
Inizio a disfare la valigia e a sistemare i vestiti nell’ampio armadio a scomparsa, sembra una piccola cabina armadio per quanto è profondo.
Posiziono con cura i prodotti e i trucchi nel mio bagno privato e mi siedo in quello che di lì a poco sarebbe diventato uno dei miei posti preferiti di sempre, la mia piccola bolla di felicità.
Dalla mia finestra posso vedere l’incrocio con la 7th Ave ed osservare il caos di questa incredibile città che ormai sento sempre più mia.
Prendo il pc, lo accendo e ricomincio a scrivere.

“Caro diario,
Alla fine ieri non sono più riuscita a raccontarti nulla.
Mentre ero comodamente seduta su una panchina di Central Park, sono stata interrotta da un bellissimo ma fastidiosissimo ragazzo moro con gli occhi azzurri, occhi in grado solidificare il cioccolato fluido dei miei.
Oggi ci siamo finalmente trasferite in un appartamento da sogno, quello che ci ospiterà per i sei mesi del nostro stage. New York mi ha già stregata e la presenza di Emma rende tutto ancora più magico.
Stasera andremo alla nostra prima cena aziendale ed Emma è già in fibrillazione, curiosa di scoprire quali saranno i suoi nuovi colleghi.
Io, al contrario, sono terrorizzata all’idea di non essere all’altezza di un’azienda così importante come la 8MB.
Forse però è meglio se mi sbrigo e vado a sistemarmi, prima che Emma mi venga a prendere con la forza.”

Lascio il pc sui cuscini e mi fiondo in bagno per fare una doccia visto che, dopo la sudata con le valigie, è più che necessaria.
Poso i vestiti per terra e do uno sguardo di sfuggita al mio riflesso nello specchio immenso del mio bagno, seleziono la playlist che ho creato in aereo prima di arrivare a NY e sistemo il telefono sul piano in marmo bianco con le venature rosa chiaro.
I mesi precedenti al trasferimento sono stati tremendamente difficili: la morte della donna a maggio e la rottura con Alessandro poco prima della mia laurea a luglio, mi hanno causato non pochi problemi.
La nonna era uno dei punti di riferimenti più importanti della mia vita, la mia ancora di salvezza nei momenti più burrascosi.
Ci ha lasciati all’improvviso, un tumore fulminante scoperto a fine marzo.
Alessandro è stato invece la mia prima storia seria, siamo stati insieme per 6 anni, mi ha mollata su due piedi poco prima della laurea perché “non vedo un futuro tra noi”. E, onestamente, non potevo essere più d’accordo.
Peccato che abbia aperto gli occhi solo a fatto compiuto.
Il che, a una settimana da uno dei traguardi più importanti della mia vita, non è stato il massimo.
Per fortuna sono circondata da persone meravigliose che sono riuscite a rendere quel momento indimenticabile nonostante tutto. La nonna mi è terribilmente mancata.
Il 19 luglio ho conseguito la laurea magistrale in marketing e comunicazione d’azienda insieme ad Emma, uno dei regali più grandi che potessi ricevere.
Così, quando alla fine del mese ci è stato proposto, tramite la nostra università, di trasferirci a NY, mi è sembrato davvero un sogno.
Il bisogno di evadere, la necessità di metabolizzare e il desiderio di sognare.
Le tre costanti che mi hanno spinta ad accettare immediatamente.

Federicarena
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