Appuntamento in Central ParkBlogRacconti

Appuntamento in Central Park, capitolo 5

New York Skyline

Tornata alla scrivania con un paio di occhi blu impressi nella mente, sento una vibrazione provenire dalla tasca del mio pantalone.

Prendo il cellulare e leggo l’anteprima del messaggio.

Volevo solo dirti che il tuo Andrea è il mio capo”

Sbarro gli occhi alla vista del messaggio di Emma e ripongo il telefono in borsa avviandomi verso l’ufficio del Sig. Davis.

«Ciao, Chloé», saluto l’assistente del mio capo che mi sorride dolcemente.
«Agitata? Vieni, andiamo. Ti stanno aspettando.» Annuisco piano ed entriamo nella stanza.

«Buongiorno signorina Conti, piacere io sono il Signor Davis, mentre lui è Christian, Christian Brown».
In questa azienda deve esserci qualche problema, sono tutti degli uomini bellissimi.
Christian, in silenzio, mi osserva attentamente in modo indecifrabile. È alto, magro, ha i capelli che sembrano oro liquido e degli occhi di un verde acceso. Accenno un sorriso timido e stringo la mano ad entrambi «piacere».

«Christian è il Social Media manager della 8MB, dovrà riportare direttamente a lui. In queste prime settimane sarà opportuno che lei osservi e segua attentamente il Sig. Brown. A fine mese è prevista una trattativa con un cliente al quale teniamo molto e spero che lei possa essere già in sella per l’occasione», continua il Sig. Davis.
«La ringrazio, Signore. Farò del mio meglio!»

Usciamo dall’ufficio e ci fermiamo davanti all’ingresso.
Chloé si rimette dietro la sua scrivania, mentre io mi trattengo con il Signor Brown.
«Beatrice, non puoi immaginare quanto io avessi bisogno di te» afferma, regalandomi un sorriso di incoraggiamento. «Puoi chiamarmi Christian e possiamo darci del tu se non ti dispiace.»
Ricambio il suo sorriso. «Certo, Christian. È un piacere poterti essere d’aiuto!».

Infila le mani in tasca salutando Chloé e si incammina in direzione della mia postazione.
«Ho fatto lasciare dei fascicoli sulla tua scrivania in modo che tu possa studiare attentamente i nostri clienti e la storia della 8MB. Per ora mi basta che tu faccia questo, ogni giorno inserirò in agenda un’ora tutta per noi per parlare di un cliente differente.» annuisco ascoltandolo attentamente.
«Perfetto, avevo iniziato già a sfogliarli. Mi metto al lavoro.»
«Bene, ora devo scappare, ci aggiorniamo domani», dice sfiorandomi delicatamente il braccio con una mano e voltandosi per tornare nel suo ufficio.
Lo osservo mentre si allontana e mi sistemo dietro la mia scrivania, pronta ad affrontare i fascicoli.

Le successive due ore scorrono velocemente, Emma fa capolino dal corridoio e si avvicina alla mia postazione.
«Ciao, come è andata? Il tuo Andrea è proprio un gran figo» scatto in piedi guardandomi attorno e zittendola all’istante «Shhh-h».

Prendo la borsa al volo, la afferro per un braccio e la trascino verso l’ascensore per andare in pausa pranzo.
«Ma sei pazza? Non facciamoci riconoscere il primo giorno!» Emma sbuffa e chiama l’ascensore.
«Dai, Bea, non ci ha sentite nessuno. Cosa vuoi che sia?!».

Scuoto la testa rassegnata «Com’è?» le chiedo con una punta di disapprovazione nella voce.
«È proprio figo, solo che ha sempre intorno la mia Senior Account, una certa Olivia Anderson. Già la odio, è una specie di gatta morta. Mi sono sembrati molto intimi» rido per la lingua lunga della mia amica.
«Dovresti smetterla di punzecchiarmi.»
«Vedremo… A te come è andata? Qualcosa degna di nota?»
Faccio spallucce.
«In realtà no, ho conosciuto i miei capi e mi hanno assegnato dei fascicoli da studiare in questi primi giorni» Emma annuisce mentre ci avviamo verso il bar all’angolo per comprare qualcosa da mangiare, optando per una passeggiata dentro Central Park.

«Mi ha chiamata mio fratello, vorrebbe venire qui a trovarmi a fine mese. Per te può andare bene?»
«Ma certo, nessun problema, anzi già mi manca quella testa calda di tuo fratello» Emma ride, sapendo a cosa mi riferisco.

Dopo pranzo la mia amica rientra in ufficio per una riunione, mentre io continuo a passeggiare per i restanti 15 minuti per Central Park imbattendomi nella mia umile panchina.
Non è vuota ed è in quell’istante che mi accorgo di lui.

«Questa panchina deve piacerti proprio tanto…» gli dico piano posizionandomi di fronte lui.
Andrea alza lo sguardo e scatta in piedi passandosi una mano tra i capelli, un gesto che causa il frenetico martellare del mio cuore.
«Questa è da sempre la mia panchina…» afferma sottolineando l’aggettivo possessivo e facendo un passo verso di me «… sono talmente generoso da poterla però condividere.»

Mi mordo involontariamente il labbro inferiore, gesto che non deve essergli sfuggito perché distoglie lo sguardo piegandosi sulla panchina per raccogliere i resti del suo pranzo.
«Oh be’ ho di certo intenzione di invaderla, avevo scelto questo posto con estrema cura qualche giorno fa.» Andrea ride tornando a guardarmi negli occhi.
«Sei la benvenuta… Almeno non dovrò trascorrere la pausa pranzo da solo» annuisco incuriosita.
«Non credo che avresti problemi a trovare compagnia se lo volessi…» sorride tra sé iniziando a camminare verso l’ufficio a pochi centimetri di distanza da me.
«Era un complimento quello? Hai ragione però, finora ho preferito la solitudine a sterili compagnie…» sento le gote infuocarsi all’istante, abbasso lo sguardo puntando i miei piedi e sorrido imbarazzata.
«Ho una grossa responsabilità allora…» 
«Puoi dirlo forte, non farmene pentire.» Ridiamo all’unisono continuando la nostra passeggiata direzione ufficio.

La prima giornata è stata piuttosto intensa, molteplici emozioni e tante novità pronte ad esplodere tutte insieme.
Varcata la soglia di casa, io ed Emma ci ritiriamo nelle nostre stanze e, prima di scrivere a mia madre il resoconto del primo giorno di lavoro, mi tuffo sul letto e mi sistemo a pancia in sù.

Chiudo gli occhi e inspiro profondamente, soffermandomi per qualche minuto ad ascoltare il battito del mio cuore.
La vita è un continuo dare e avere, sono sempre stata convinta del fatto che tutto accadesse per una ragione ma la morte di nonna, la fine della relazione con Alessandro e lo stress accumulato negli ultimi mesi, hanno spezzato il mio cuore in mille pezzi.
Non lo capisci all’instante, non è semplice accettare le perdite, né tantomeno superare gli abbandoni.
Quelle emozioni negative restano lì, impresse nella mente, pronte a schiacciarti lo stomaco e a farti mancare la terra sotto ai piedi.
Mi spaventa anche solo il fatto di provarlo di nuovo, quel sentimento di angoscia e paura.
L’ansia, ormai mia fedele amica, non mi abbandona più.

Dopo quegli episodi è stato come se avessero appiccato il fuoco alla pioggia, una pioggia in grado di scendere impercettibilmente e, senza far rumore, in grado di carbonizzare tutto ciò che restava della mia positività, della mia sicurezza e dei miei sentimenti.

L’amore può essere il peggior nemico per un uomo: se da un lato è in grado di farti toccare il cielo con un dito, dall’altro il dolore che può provocarti ti attanaglia lo stomaco.
Poi, è successo. Il 25 agosto io ed Emma siamo partite per New York con una nuova luce negli occhi e una strana emozione nel cuore.

Una data: bianco o nero?

È proprio in quel momento, su quell’aereo diretto alla realizzazione di un sogno, che ho capito che la rinascita, il mio bianco, capace di plasmarsi a mo’ di protezione attorno al mio cuore, dolcemente era pronta ad arrivare.

Avere la possibilità di ripartire da zero, trasferirsi in una città in cui non si conosce nessuno, lontana da tutto ciò che ha fatto vacillare certezze e speranze, era un gran punto di partenza.

Così, eccomi qui.

Federicarena

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