Appuntamento in Central ParkBlogRacconti

Appuntamento in Central Park, Capitolo 6

Ponte di BrooklynFoto presa da Pinterest

Il mattino seguente non sento la sveglia, apro gli occhi di colpo e afferro il telefono in preda al panico.

L’orologio segna le 8:20 del mattino.

«Dannazione» esclamo, saltando giù dal letto e correndo in bagno a lavarmi viso e denti alla bell’e meglio.
Cerco di mettere un filo di trucco: un velo di correttore, mascara e un po’ di terra.

Mi fiondo letteralmente nell’armadio, rischiando di inciampare sulla pila di vestiti del giorno prima.
Infilo un tubino nero semplice, acciuffo la borsa al volo e metto i tacchi più comodi che ho.

In 10 minuti esco dalla stanza e mi ritrovo Emma perfettamente agghindata seduta sul divano e pronta ad uscire di casa.
«Buongiorno, tesoro. Tutto ok?»
«Lascia stare, non mi è suonata la sveglia, mi sono preparata in 10 minuti» sospiro già stanca.
«Possiamo restare altri 10 minuti se vuoi fare colazione» dice Emma sorridendomi.
«No, tranquilla, prenderò un caffè in ufficio se arriviamo in anticipo», Emma annuisce e si dirige verso la porta.

Uscendo dall’ascensore ormai non manca mai il saluto a Dorothy, la portinaia, la quale ci accoglie sempre con un largo sorriso in volto.
«Buona giornata, ragazze!»
«Grazie, Dorothy».
Un respiro profondo e via, camminata veloce sui tacchi alti per il traffico mattutino di Manhattan.

Il tragitto per l’azienda è abbastanza breve, è piacevole assaporare la brezza fresca del mattino per le strade di New York, l’unico momento della giornata in cui non rischio di soffocare per il caldo torrido che fa i primi di settembre.

La mattinata vola ma non sono di buon umore, sarà per la colazione mancata, per il mal di testa atroce che mi ritrovo o per le mille informazioni scritte sui fascicoli che devo studiare.

La riunione con Christian sul primo cliente della 8MB, fissata per le 11 spaccate, è andata piuttosto bene, si tratta di una nuova azienda di prodotti per la casa e non è stato difficile assimilare tutti i dati.

Arrivata l’ora di pranzo, prendo due tramezzini al bar sotto l’ufficio e mi dirigo verso la mia panchina.
Essa si trova a Hernshead, la piccola penisola nel cuore di Central Park che penetra dentro “The Lake”, un maestoso albero sempreverde la protegge e la vista dello skyline di Manhattan la rende magica.

Mi siedo e inizio a mangiare affamata, convinta che dopo aver messo qualcosa nello stomaco, l’umore sarebbe migliorato.
«Ciao Beatrice» la sua voce mi prende in contropiede e sobbalzo appena per lo spavento.
«Ciao» dico con il boccone in bocca, cercando di darmi una sistemata e spazzare via le briciole dal vestito.
Sento Andrea ridere di gusto, devo essere davvero ridicola, penso.

Mi si siede accanto mettendo il peso sulla gamba destra per posizionarsi nella mia direzione e appoggia un gomito sulla panchina per stare più comodo.
Indossa solo una camicia bianca e un pantalone blu, deve aver lasciato la giacca in ufficio, ormai potrei dire che sia la sua divisa.

«Non volevo metterti in imbarazzo» dice sorridendomi. Scuoto energicamente la testa per negare e poso il tramezzino sulla carta goffamente.
«Come va oggi?» gli chiedo fissando i miei occhi nei suoi.
«Bene, un po’ preso. A te come va il secondo giorno di lavoro? Christian ti tiene sotto torchio?» rido per la domanda, conosce Christian meglio di me e sa perfettamente quanto sia esigente quel ragazzo.

«Devo dire che è un bravo capo per ora, non che possa esprimermi dopo soli due giorni…» Andrea alza un sopracciglio come se stesse facendo una battuta tra sé e fissa lo sguardo su un punto indefinito del lago.
«Christian sa il fatto suo, non mi sorprende che ti abbia fatto una buona impressione»
Non mi soffermo troppo sulla sua frase, non deve scorrere buon sangue tra i due, non ci vuole un genio a capirlo.
Così, cambio discorso per provare ad ammorbidire la sua espressione.

«Da quanto tempo lavori qui?» Andrea inizia ad addentare la sua insalata di cui mi accorgo solo in quel momento e torna a posare lo sguardo su di me.
«Sono già quattro anni, da quando mi sono laureato più o meno. A proposito, congratulazioni. La tua laurea è fresca, no?» Mi rivolge un caldo sorriso ed io arrossisco istantaneamente.
«Oh sì, grazie.» Dico, lievemente imbarazzata.

In sua compagnia la pausa pranzo è volata, mi ha parlato delle sue origini Italiane, la mamma si è trasferita a New York per lavoro trentacinque anni fa e poco tempo dopo ha conosciuto suo padre.
Con una luce accecante nei profondi occhi blu mi ha raccontato che i suoi genitori si sono innamorati dal primo momento in cui si sono visti, il padre le ha sempre fatto una corte spietata, per poi sposarsi, due anni dopo, e dare subito alla luce il loro unico figlio.
Mi ha parlato di quanto si amino ancora oggi, dopo trentatré anni di matrimonio, e di come continuino a mantenere viva la fiamma del loro amore.

«Mi sembra un sogno la loro storia d’amore» dico sorridendo e con una punta di invidia nel tono di voce, mentre ci alziamo dalla nostra panchina per tornare in ufficio.
«Lo è, nessun film d’amore può competere» scoppio a ridere.
«Oh, l’hai detta grossa. Così alzi ai massimi livelli le mie aspettative» Andrea inarca un sopracciglio con fare sicuro.
«Mi stai sfidando per caso? Sono sicuro che se ascoltassi la loro storia non riusciresti più a guardare film d’amore, ti sembrerebbero troppo banali.» Rido ancora e noto il suo sguardo addolcirsi.
«Va bene, va bene, ti credo» alzo le mani in segno di resa.
«Mi deludi, Bea, non pensavo ti arrendessi così facilmente»
«Ho detto che ti credo, non che non voglia delle prove» Andrea sorride e mi strizza l’occhio «Le avrai, promesso».

“Caro diario, 

La prima settimana alla 8MB vola via come una bolla di sapone che si alza nel cielo e si disperde nell’aria.

La formazione con Christian è andata piuttosto bene, mancano ancora un paio di clienti da fissare e poi potrò dedicarmi alla nuova trattativa che si terrà a fine mese a Washington D.C.
Come capo non è affatto male, è disponibile, paziente, premuroso (forse anche troppo) e davvero affascinante. Di certo non mi posso lamentare.

La pausa pranzo, però, è il mio momento preferito della giornata.
Per ora con Andrea è diventato un appuntamento fisso.

Mercoledì è stato il mio turno, gli ho raccontato della mia famiglia, di mia nonna che è venuta a mancare da pochi mesi e della mia laurea.

Mentre giovedì ci siamo soffermati sulle nostre passioni.
Ho scoperto che gli piace suonare il pianoforte e che ogni mattina si allena per almeno mezz’ora prima di venire in ufficio. 
La domenica la trascorre sempre nella casa dei suoi genitori fuori città, aiutando la madre con l’elegante roseto di famiglia, ormai diventata una tradizione.

Dal canto mio, gli ho raccontato della mia passione per la scrittura, della mia amicizia con Emma e del mio amore per i fiori.

L’ho bombardato con i miei desideri per questi sei lunghi mesi di stage, di tutto ciò che vorrei visitare e di tutte le esperienze che mi piacerebbe fare, compreso il sogno di sorvolare Manhattan in elicottero al tramonto.

Parlare con lui è piacevole, potrei quasi prenderci l’abitudine.”

Federicarena

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